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NUMEROSE LE CORRISPONDENZE
TRA ARITMETICA E SCENA
Questa matematica è un vero spettacolo
La scienza sembra rivelarsi
il più conveniente palcoscenico per ospitare un'azione
drammatica contemporanea, o almeno così ha concluso Luca
Ronconi, portando qualche settimana fa «Infinities»
dell'astrofisico inglese John Barrow al Piccolo
Teatro. «Tuttavia - spiega Ronconi - perché il
linguaggio della scienza possa sviluppare tutto il suo potere
eversivo e innovativo, ritengo sia necessario che venga fedelmente
trascritto in scena, evitando ogni filtro esplicativo. In altre
parole per progettare uno spettacolo "scientifico", si deve
rinunciare alla strategia politicamente corretta della divulgazione
e piuttosto puntare sulla natura squisitamente esoterica della
raffinatissima scienza specialistica odierna. […] Sulla
divulgazione ha puntato invece «Padre Saccheri»
di Maria Rosa Menzio, che
il Laboratorio Teatro Settimo (Teatro Stabile d’Innovazione)
ha messo in scena giorni fa a Torino. Un dramma storico che
intende far conoscere un grande matematico italiano del `700,
un gesuita che aprì la strada alle geometrie non euclidee.
Scrivere un'opera che coinvolgesse il pubblico, una commedia
con molti elementi romanzeschi come la ballerina dai capelli
rossi, il patto con il diavolo, l'Inquisizione e poi come deus
ex machina la sua domestica che gli offre lo spunto di ipotizzare
una realtà geometrica nuova.
RAFFAELLA SILIPO - “La
Stampa”, Aprile 2002
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MANGIARE IL MONDO
Abbiamo creduto, per un poco,
che facesse capolino sui palcoscenici d’Italia una giovane
e nuova drammaturgia. Ora che ha fatto le sue prove, ci siamo
accorti che aveva il fiato corto. Era, a ben guardare, una drammaturgia
di riflesso, che traeva occasioni e modelli dalla scena statunitense,
all’insegna di certo minimalismo realistico, tra Mamet
e Shepard, si parva licet. |
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Ci
sembra bello, indipendentemente dalla resa espressiva, che si
potrà valutare caso per caso, con i necessari distinguo,
che altri oggi si provino in direzioni opposte: e che tra costoro
non facciano difetto le donne. Maria Rosa Menzio, in questo
Mangiare il mondo, va proprio per una sua <<diversa>>
strada. Parte da un lato realistico, e terribile: la malattia.
Nella fattispecie, una delle più terribili malattie del
nostro tempo: l’anoressia. Ma non compie l'errore di invischiarsi,
come una pronipote del professor Lombroso, nella minuziosa trascrizione
post-positivistica del morbo. Abbiamo ormai tanti bravi giovani
medici per farlo: e tante belle riviste scientifiche, e tanti
bei concorsi per docente universitario e/o primario ospedaliero.
La Menzio della malattia sfrutta solo la premessa: la reclusione
ospedaliera, l’inevitabile assistenza monacale, il soffocante
placcaggio terapeutico. Ma poi divaga e svaria, inoltrandosi,
con l’aria di non parere, nel rarefatto limbo dei sogni.
Giacché Mangiare il mondo è, in effetti, un <<prontuario
di visioni>>. Come Freud, cent’anni fa esatti, ci
ha spiegato, col libro che tutti sappiamo, (nel senso proprio,
giacché nutre da allora, e poderosamente, il nostro sapere)
l’universo dei sogni è prepotentemente organico
e d’una coerenza assoluta, nella sua logica costruttiva.
Così, quello di Sibilla non è un itinerario labirintico.
Ha la sua brava partenza nello scacco di un familieuroman distruttivo
(ma forse sarebbe il caso di definirlo <<divorante>>),
con tanto di un brutale dissidio coniugale dagli esiti adulterino-omicidi.
E poi, per intervalla insaniae, ha le sue regolari tappe lirico-evocative:
la cronaca spicciola di un amore troppo facile (Battistello),
la romanzesca evocazione di sé come donna fatale (Tizio),
e come eroina (il Generale), sino ad approdare a quella che
è, senza dubbio, la <<trasferta>> onirica
più originale e suggestiva: l’Amore (Impossibile)
con i Gemelli Siamesi. Sulla simbologia dei Gemelli sono state
scritte non solo voci molto pertinenti, ma vere e proprie monografie.
E non è chi non ravvisi, nella loro specularità
e identità, molto stringenti allusioni all’affascinante
tema del Doppio (siamo uno, ma vorremmo essere quel Due, che
è noi stessi, ma anche l’Altro da noi) Sibilla,
tutta felice, quell’amore a tre lo vive – invece
– come Possibile: non solo ne trae ripetuto sollazzo (fuori
scena, perché appunto ob-scaenus), ma vi attinge l’intera
pienezza concessa al suo sesso: è amante-madre, è
Venere e Démetra, che dal seno possente lascia traspirare,
sicut mel ac ambrosia, il latteo siero. E’ comprensibile,
anzi è giusto, che se lieto fine (in sogno) ha da esserci,
questo venga celebrato, per l’appunto, con i Gemelli in
questione. E’ per Sibilla l’uscita dalla malattia?
Cederemmo, proprio nell’epilogo, al ricatto del professor
Lombroso se ci ostinassimo a rispondere a questa domanda. Ricordiamoci,
invece, di Shakespeare: <<giacché noi non siamo
fatti d’altro che della materia dei sogni…>>
Il testo teatrale di Maria
Rosa Menzio è percorso da un senso di desperatio che
trova nella traduzione simbolica una sua determinazione assai
efficace. Il testo intreccia il filo della vicenda reale con
un piano di deformazione grottesca e surreale che proietta il
problema della protagonista sul fondale metafisico dell’eterna
lotta del bene contro il male, della dialettica senza conciliazione
tra desiderio e infelicità. Il problema della protagonista,
il suo disturbo psichico, l’anoressia, diventa lo specchio
deformante di una patologia del sociale, sia esso il recinto
familiare o il perimetro delle amicizie o delle relazioni più
allargate. L’anoressia ci viene qui presentata come un
momento di concentrazione simbolica di una più generale
condizione di impasse comunicativa; da essa si liberano i fantasmi
di cui la protagonista Sibilla ci rende partecipi e sgomenti.
Perché la traduzione drammatica di questa vicenda produce
in chi la legge, ma certamente ancora di più in chi assiste
alla sua rappresentazione scenica, un impatto emotivo di grande
forza e spessore. La ragione di questa efficacia drammatica
risiede nel sapiente dosaggio tra realismo e grottesco, tra
mimesi dell’inquietudine e dell’angoscia che si
cela nelle pieghe dell’ordinario quotidiano e ricerca
della figura simbolica idonea a tradurre tale condizione esistenziale.
Questa linea in equilibrio tra mito ed esistenza mi sembra una
scommessa riuscita, e non solo sul piano della fruizione letteraria
ma anche su quello della sua resa drammaturgia.
Un amore eccezionale verso
due gemelli siamesi, un amore così forte da esser causa
di prodigi, come la bella invenzione letteraria di Sibilla che
dà latte dai seni ogni volta che fa all’amore…
La sensualità della protagonista si esprime attraverso
due luoghi, non simbolico ma reali: cibo e amore, golosi banchetti
e sesso sfrenato da un lato, e dall’altro digiuno e astinenza.
Sibilla è anoressica.
L’anoressia come rifiuto di un degrado sofferto: “Non
mangiare più nulla di questo antico mondo in putrefazione
[…] smettere di mangiare, smettere di parlare, leggere,
dormire”. Perché è un cibo che non nutre
più.
In questa operazione la Menzio non batte vie facili sia dal
punto di vista drammaturgico che scenografico, di allestimento
possibile. Beckett? Io direi Bunuel
Sì, c’è il cinema, quella tecnica di montaggio,
a scompaginare il normale progress crono-logico dell’azione,
conferendo un andamento sincopato al dramma, che non siamo abituati
a vedere sui palcoscenici. E c’è il lavoro “teatrale”
della Menzio, l’attenzione sperimentale, la non casuale
ricerca di un suo linguaggio, che sia pure nuovo. Scusatemi
se è poco.
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PADRE SACCHERI
[…] Un vero testo pensato per un teatro la cui modernità
non esclude più i tratti e la misura della tradizione
classica. Si parla dell’inevitabile lotta tra luce e buio
della coscienza, del rapporto tra la ricerca intellettuale e
l’irrazionalità dell’amore. In questo dramma
c’è vita e c’è intelligenza, c’è
la ragione e il suo scacco. La commedia, opera dai forti contrasti,
è caratterizzata da una spiccata teatralità…
corrispondente è il dialogo, sempre teso pur se mutevole
nei toni e nelle atmosfere, mai rallentato da monologhi o argomentazioni
complesse.
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Nella complessa
analisi della personalità di Saccheri svolta nel dramma
trova posto inevitabilmente il ruolo della ricerca matematica.
L’autrice finge che le idee delle geometrie non-euclidee
siano proposte dal buon senso della simpatica e socratica figura
della Domestica. Saccheri è indeciso e contraddittorio,
combattuto tra la dedizione alla logica, il senso confuso di
una realtà matematica, il desiderio di gloria e la sottomissione
all’autorità. Alla fine deve ammettere il tradimento
più grande e imperdonabile, quello di non avere avuto
il coraggio della propria ragione. […] Con pochi tratti
ben distribuiti, M. R. Menzio colloca la figura di Saccheri
nel posto che in effetti gli spetta, all’origine del turbamento
e dell’incertezza della tormentata scienza moderna.
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FIBONACCI (LA RICERCA)
Un’opera sorprendente:
parla del grande matematico italiano Fibonacci (vero nome Leonardo
Pisano) che introdusse in Europa le cifre arabe e lo zero, detto
in arabo Zaffiro. Certamente un argomento del tutto insolito.
La linea drammaturgia, svolta in due atti, ha un andamento essenziale
attraverso un serrato dialogo fra due ricercatori, un lui e
una lei, che giocano a immaginarsi di essere rispettivamente
Fibonacci e una misteriosa donna araba conosciuta dal nostro
scienziato in Algeria, affascinante avventura nel deserto che
gli permise di scoprire le armonie numeriche nascoste nella
natura. Tutto questo immaginato con dati scientifici ed elementi
romantici, tra suggestive magie, enigmi matematici e richiami
ambientali. Un intreccio ricco di interrogativi e scoperte,
pieni di fascinazione. Lodevole che l’autrice si sia ricordata
di Fibonacci, occasione di scoperta e di riflessione per un
teatro che dimostra di avere interessi del tutto insoliti, e
di averne affrontato con coraggio un momento basilare di conoscenza
della scienza matematica in Occidente.
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COMMENTO DELLA GIURIA DEL PREMIO
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Il
grande matematico pisano Fibonacci introdusse in Europa le cifre
arabe e lo zero, detto in arabo Zaffiro. Il titolo (la ricerca)
ha un duplice significato: da una parte il lavoro che i due
ricercatori svolgono, ai nostri giorni, per scrivere un articolo
scientifico su Fibonacci; dall’altra parte la ricerca
che (800 anni prima) Fibonacci stesso fa partendo da Pisa, diretto
in Algeria per ritrovare una misteriosa donna: Zaffira. Fra
lo studio dei numeri di Fibonacci e la spiegazione di che cos’è
la sezione aurea, sta la figura di quest’affascinante
donna araba: la tessitrice dell’arazzo del passato e del
futuro. Ella sostiene il matematico in un’avventura nel
deserto, e lo aiuta a scoprire le armonie numeriche nascoste
nella natura. Ma la sua identità sarà svelata
solo alla fine del primo atto, e a causa di equivoci che portano
a sviluppi drammatici (dall’incesto alla follia) ella
scomparirà a fine testo, con un atto di magia.
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SENZA FINE
“Senza fine” di
Maria Rosa Menzio, matematica e scrittrice di teatro, è
un testo poetico e visionario che ha come filo conduttore il
tempo: l’inesorabile scorrere dell’esistenza individuale
verso la sua fine e la ciclicità del tempo cosmico, la
linea-freccia e il cerchio, la morte e l’umano desiderio
di immortalità, eternità extratemporale o perpetuazione
attraverso la generazione, la scrittura, la memoria. Nomi di
fisici e di matematici - Newton, Cantor, Gödel - si mescolano
a citazioni di poeti, da Tasso, a Dante, a Brodskij, in una
fitta trama intessuta anche di riferimenti filosofici, spesso
non esplicitati ma evidenti. Tra questi Eraclito, Cusano, Nietzsche
(il più presente — mi pare: dal serpente di Zarathustra
che divora se stesso alla storia come infinita serie di maschere).
Ovviamente non bisognerà cercare qui dimostrazioni filosofiche
e scientifiche ma aprirsi a suggestioni, stimoli, interrogazioni,
in un caleidoscopio mentale fortemente evocativo.
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Non ultimo motivo di interesse
è che il personaggio che ritorna in varie figure e reincarnazioni
storiche e letterarie è Ipazia, matematica e filosofa
neoplatonica assassinata da fanatici cristiani intorno al 415
ad Alessandria d’Egitto. Mulier taceat in ecclesia, dice
una voce iniziale. Ma Ipazia, messa violentemente a tacere,
riprende la parola e ci ripropone in questo testo, dilatandosi
in molteplici tempi storici, paradossi e questioni sul tempo,
ai diversi modi in cui può essere pensato e vissuto.
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IL MULINO
Ispirato al monumentale trattato di Santillana
e Dechend, il “Mulino” è un testo poetico
e visionario il cui nocciolo duro è il fenomeno della
precessione degli equinozi. “Le cose sono numeri.
Dice Pitagora. E nasce la matematica. I pianeti sono dei. Nasce
l’astronomia.”
Ventiseimila anni devono passare perché di
notte in cielo si vedano le stesse costellazioni: ecco il grande
orologio naturale che segna le Età del Mondo. |

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“Il
Maestro di Danza esegue nuovi passi e crea l’Orsa Maggiore.
Eccolo! Arriva il Tempo della Musica: ha il passo di un re.
[…] L’anno solare e l’ottava dominano il
mondo. Il Numero e il Tempo, il tempo che corre con sette redini
e mille occhi e sette ruote, e l’asse è l’Immortalità”
S’intersecano storia delle religioni, riti, mitologia,
astronomia, e soprattutto un insieme di simboli per spiegare
l’origine del Tempo.
“Il re volto-di-sole e la luna si sono congiunti…
Ma nel giardino incantato c’è un serpente, un demonio
tentatore, vecchio di anni infiniti. Ecco si compie il peccato
originale. Qui inizia la Storia, inizia il Tempo. Comincia l’avventura”
Sono presenti tutti i simboli che nel corso della storia hanno
connotato i pianeti con i rispettivi segni zodiacali. E il tutto
è condito con la sacralità della storia quotidiana.
“Gli uomini sono le lacrime di Dio, soltanto i Re nacquero
dal suo sorriso. Gli dei sono pianeti, le
stelle animali. Le nostre dimore sono santuari,
con la Dea del Silenzio e il Dio dei Costruttori." |
INCHIESTA ASSURDA
SU CARDANO
Il testo teatrale “Inchiesta
assurda su Cardano” da lei scritto mi ha fatto capire
che la matematica è una materia umanistica!
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COMMENTO DELLA GIURIA
DEL PREMIO
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BOCCARDI
PREMIO "CREATIVE CULTURE
2010"
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Spazio Tempo Numeri e Stelle
L’utopia è
il motore di ogni scoperta di Federica IACOBELLI
La matematica e drammaturga
Maria Rosa Menzio raccoglie le sue pièce visionarie tra
la scienza e il teatro. Il Teatro e la Scienza, maiuscoli entrambi,
sono presenze fortissime in un testo che salutiamo come un dono,
raro e prezioso. Maria Rosa Menzio, matematica, filosofa della
scienza, regista e autrice teatrale, non ha solo messo in scena
scienziati, di ieri e di oggi. Maria Rosa Menzio ha scritto
dei piccoli capolavori, intensi e ironici, altissimi e umili,
in cui l’emozione compare al fianco del pensiero, stimolo
non meno nobile e non meno intenso alla ricerca, e l’utopia
è di nuovo una possibilità, luogo per eccellenza
della mente umana, motore della scoperta più di ogni
legge e di ogni trattato.
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La straordinarietà
dei testi raccolti in questo volume consiste poi nella loro
diversità: le voci, tutte le voci, si intrecciano ma
non si sovrappongono, non si confondono, spesso reinventate
ma sempre vere e vivaci, guizzanti, mai didascaliche. In questo
modo, l’astronoma ellenistica Ipazia può sembrare
veggente come Fibonacci e Saccheri, matematici incompresi dal
loro tempo, mentre commuove lo slancio della mente di Boccardi,
direttore dell’Osservatorio astronomico di Torino all’inizio
del Novecento, protagonista dll’unico testo, tra quelli
proposti, a non avere avuto ancora una messa in scena. Perché,
se Maria Rosa Menzio ha potuto scrivere e creare queste raffinate
e appassionanti pièce tra spazio e tempo, tra numeri
e stelle, è anche merito di chi l’ha sostenuta
dentro e fuori alla scena, dal grande editore, a registi, attori,
studiosi e critici, fino ad ApritiCielo, il nuovo Museo dell’Astronomia
di Pino Torinese, dove anche Boccardi avrà la sua anteprima.
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Maria Rosa Menzio, Spazio, tempo, numeri e stelle, Bollati
Boringhieri, 2005, € 14
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Tigri e Teoremi
Scrivere teatro e scienza
Meraviglia delle meraviglie di Michele EMMER
La scienza emoziona, sorprende, rende euforici
o depressi, come qualsiasi altra arte.
Così come opera il teatro. E allora si potrebbe subito
concluderne: la scienza e il teatro, ma certo! Nulla di più
ovvio! Tuttavia, ci sarà un motivo per cui non così
spesso si parla di scienza in scena. Il problema del linguaggio,
quello della scena, quello della scienza. Difficili e semplici
entrambi, quando coinvolgono. E le metafore della scienza
e del teatro, e le illusioni e i sogni, tutto e’
sogno, si fanno vorticosi, trascinanti. Non è
così semplice, scrivere di scienza per il teatro. O
fare teatro parlando di scienza. Che né il teatro né
la scienza sono semplici, come vorrebbero farci credere
ai giorni nostri. Tutto è semplice, tutto è
allegria e semplicità, tutti possono comprendere tutto
e parlare e scrivere di tutto. Non è così. La
difficoltà del mestiere di fare teatro,
teatro sulla scienza, o scienza e teatro.
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Di questo parla il libro di Maria
Rosa Menzio. Certo della difficoltà ma anche
della voglia, della eccitazione di scrivere di scienza e teatro.
Di vedere in scena, di sentire le parole, cogliere i momenti,
le emozioni. Teatrali e scientifiche. Non solo perchè
anche le loro esistenze, degli scienziati, sono costellate
di amori, suicidi, omicidi, duelli, follie. Ma perchè
quando si parla di scienza, si parla di verità.
La scienza, il teatro è fatica, sudore, e lacrime.
Come la vita, peraltro. Si tratta di professionalità,
del contrario della improvvisazione. E della professionalità
di coloro che scrivono per il teatro, che scrivono per la
scienza, di questo parla il libro. Scrive Popper; “base
della possibilità di far scienza è la dote di
provare meraviglia”. E non deve meravigliare
che un ruolo importante giochi la matematica, regno della
libertà. E di nuovo torna l’entusiasmo, ma unito
alla professionalità, alla voglia di apprendere le
regole, di comprenderle, di riuscire a renderle in linguaggio
teatrale e scientifico.
Non basta avere a che fare con argomenti interessanti, emozionanti
se non interviene un’emozione di tipo scenico, teatrale,
un linguaggio più snello soprattutto.
La scommessa è che la scienza ha tutti gli elementi
necessari per essere un animale da teatro. La possibilità
di rendere spettacolare la scienza anche per i profani.
Storie di scienza raccontate con linguaggio teatrale, vicende
che ti lasciano col fiato sospeso.
Novità, pensiero e bellezza insieme. Diceva Musil che
nella matematica è l’essenza dello spirito.Tanti
sono gli esempi di letteratura, di teatro di cui parla il
libro. E tanti sono gli argomenti scientifici. Con un intento
Socratico, pedagogico nel senso alto del termine.
Che tutti provino l’emozione di scrivere di scienza
per il teatro, di scienza a teatro.
** Maria Rosa Menzio, Tigri e Teoremi
(Scrivere Teatro e Scienza), Springer, 2007, € 19,95
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